Radici del Sud: un mosaico complesso e affascinante

L’11ª edizione di Radici del Sud, il Salone dei vini meridionali da vitigni autoctoni che si è tenuta a Bari dal 7 al 13 giugno scorso,  si è chiusa con un bilancio importante:  sono ben 80 i vini premiati su 432 in concorso, prodotti da 183 aziende (23 siciliane, 18 calabresi, 16 lucane, 32 campane e 94 pugliesi).

La giuria, composta da esperti del settore in gran parte esteri e provenienti da tredici Paesi,  è stata suddivisa in commissioni formate rispettivamente da giornalisti e buyer. Ciascun vino è stato degustato e valutato, quindi, da due commissioni parallele e questo spiega sia il cospicuo numero dei premi assegnati, sia le diverse scelte (vedi qui tutti i riconoscimenti e la composizione delle giurie).

La commissione “ giornalisti 1” di cui ho fatto parte, si è trovata di fronte a tipologie di vini molto interessanti; alcune rappresentavano una novità rispetto alle edizioni precedenti, come la tipologia spumanti e quella dei vini da varietà autoctone meno conosciute.

Questa esperienza è stata per me una bella occasione per conoscere l’insieme della produzione enologica del Sud: un panorama articolato e sicuramente meritevole di approfondimenti ulteriori.

Al ritorno ho portato con me la sensazione che Radici del Sud ha mi abbia introdotto a una realtà vitivinicola in fermento: ho assaggiato molti vini eleganti e con personalità e ho incontrato produttori con chiare idee in testa: molti di loro sono giovani e preparati.

Qualche considerazione sui vini degustati:

ho trovato molto interessanti gli spumanti, sia bianchi che rosati, in particolare alcuni Metodo Classico da bombino bianco, caprettone, negroamaro, aglianico;

mi è piaciuto molto assaggiare la serie dei Negroamaro, in molti casi ho apprezzato vini eleganti e gustosi ( mi sono toccati però soltanto i rossi e non i rosati);

il Nero di Troia è la mia scoperta di questa edizione: l'ho assaggiato  in molte sfumature e molto apprezzato; ho trovato  espressioni di grande freschezza e finezza che proprio non mi aspettavo, quindi penso che questa varietà meriterebbe maggiore attenzione;

nella mia commissione è stato piuttosto ristretto il numero dei campioni dei bianchi (monovarietali) ho assaggiato alcune buone espressioni di Falanghina, Catarratto, Grillo;

nella nuova categoria dei vini da varietà autoctone minori ho potuto assaggiare vini particolari, prodotti, ad esempio, con fiano minutolo, grecanico, susumaniello, malvasia nera di Lecce, magliocco canino, greco nero, perricone: il tutto sarà meritevole di ulteriori assaggi e soprattutto di studio; rientravano in questa categoria anche alcuni interessanti vini siciliani prodotti da nerello mascalese e nerello cappuccio;  nel complesso, però, la denominazione Etna doc, che gode oggi di grande appeal,  era poco rappresentata.

Da Radici del Sud – due giornate piuttosto intense con un centinaio di assaggi alla cieca ciascuna e l'evento finale aperto al pubblico – porto a casa sicuramente un arricchimento professionale unico, ma non solo. Anche se non ho partecipato alle giornate del press tour che hanno preceduto il lavoro delle giurie, ho avuto comunque l’occasione di conoscere colleghi di diversi Paesi e di scambiare opinioni.  Ci siamo trovati d’accordo sul fatto che la realtà vitivinicola del Sud è un mosaico affascinante, ma anche molto complesso, che non sempre è facile da comunicare.

Il grande lavoro degli organizzatori di Radici del Sud - che ringrazio-  di tutti coloro che ne hanno sostenuto l’impegno, i produttori in primis, contribuisce in modo egregio a far conoscere questo mosaico; non è più il tempo dell’immagine stereotipata dei vini meridionali “ pesanti, alcolici, poco fini”. Insomma, c’è tutta un’altra storia da raccontare.

Sei, Dodici, Diciotto - Per riflettere sulla longevità dei vini bianchi

 

“6 – 12 – 18” è il curioso ed intrigante titolo di una degustazione organizzata qualche giorno fa presso l’Azienda Le Morette di Peschiera del Garda.
Fabio e Paolo Zenato, storici produttori di Lugana, non sono nuovi ad iniziative così particolari:  si confrontano, approfondiscono e si mettono in gioco, alla ricerca di stimoli sempre nuovi per il loro lavoro.
Questa volta il “gioco” ha riunito 18 degustatori attorno ad un grande tavolo per assaggiare 12 vini provenienti da 6 terrtitori enologici. Lo scopo, come si leggeva nell’invito, era quello di parlare di“varietà, longevità e mineralità”.
A confronto, due diverse annate (quella attualmente sul mercato e la 2010 o vicina) di Lugana, Fiano di Avellino, Verdicchio Classico dei Castelli di Jesi, Pinot Bianco dell'Alto Adige, Gruner Veltliner austriaco e il blasonato Chablis francese, longevo per definizione.
Proprio il tema della longevità, a mio parere, è quello che ha trovato più spazio nel
confronto durante la degustazione.
La longevità dei vini bianchi è un tema a me caro e penso che si possa legare molto bene anche agli altri due: varietà e mineralità. Quanto più un vino bianco è ben fatto e dura nel tempo, tanto più emergono il carattere e le sfumature della varietà, amplificate dalla potenza espressiva dei territori più vocati. In questi vini si possono più facilmente riconoscere sentori evoluti di idrocarburi, salmastro, affumicato, grafite… Insomma tutti quei descrittori che vengono associati alla definizione di “vino minerale”, non potendo ricondurli alle famiglie odorose del floreale, del fruttato, del vegetale o dello speziato.

I vini in degustazione:

Fiano di Avellino DOCG Ciro Picariello 2014
Esce sempre l’anno successivo alla vendemmia. E per ciò già sta nelle mie corde. Bel frutto intenso e agrumato, grande sale. Parla certamente dell’Irpinia, e alla grande.

Fiano di Avellino DOCG Ciro 906 Ciro Picariello 2012
Più sottile nei profumi e nella beva rispetto al precedente, con fiore di ginestra, note di zolfo e un frutto giallo in sottofondo. Eleganza che merita l’attesa.

Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Villa Bianca Umami Ronchi 2015
Molto didattico, con profumi un po’ compressi e una beva semplice ma compatta.

Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Vecchie Vigne Umami Ronchi 2010
Più espressivo del precedente, ha ricordi di miele di tarassaco e fieno; il sorso è abbastanza ampio, caldo e avvolgente.

Lugana DOC Mandolara Le Morette 2015
Bel naso di fiori bianchi;  al palato si gusta la freschezza della polpa di pesca bianca; belle note sapide nel finale. Darà di sicuro ulteriori soddisfazioni.

Lugana DOC Benedictus Le Morette 2010
Ancor più del precedente promette bene: si apre lentamente su note floreali, agrumate e di frutti bianchi maturi. Da seguire nel tempo.

Alto Adige DOC Pinot Bianco Cantina Terlan 2014
Naso finissimo, lievi note di pepe bianco e al palato ha una tessitura fruttata e ampia di mela croccante; ha una bella sapidità. Beva di notevole carattere.

Alto Adige DOC Pinot Bianco Riserva Vorberg Cantina Terlan 2010
Grande eleganza al naso, floreale, con note di miele; in bocca invece è molto spesso e possente, cosa che frena un po’ la scorrevolezza di beva.

Kremstal DAC Gruner Veltliner Point Vorspannhof Mayr 2015
Naso speziato e aromatico senza eccessi, sorso di discreto equilibrio. Didattico.

Kamptal Reserve DAC Gruner Veltliner Lamm 2010
Molto complesso e ricco negli aromi di spezie dolci, a cui si aggiungono note salmastre molto piacevoli. Al palato c’è un frutto giallo succoso e un bel gioco d’equilibrio tra note morbide, acide e sapide. Evoluto e molto piacevole.

Chablis AOC Domaine Dampt et fils 2015
Naso fresco di fieno, fiori di campo, a cui corrisponde però un vino esile al palato, che chiude un po’ piatto.

Chablis AOC 1er Cru Domaine Dampt et fils 2010
Anche qui naso fine di erbe aromatiche e fieno fresco. Sorso sapido e ampio, quasi pastoso.

Nel comunicato stampa successivo all'evento, si parla del "Paradosso apparente del Lugana", vino che può essere consumato giovane, godendone la freschezza, ma che anche in là nel tempo può dare belle sofddisfazioni.

Difficile scegliere, dice Fabio Zenato.

Posto che anche un Lugana fresco " d'entrata di gamma" può dare sorprese nel tempo, credo non ci siano dubbi sul fatto che la turbiana possa fare della longevità una carta vincente. Ne abbiamo avuto una prova ulteriore al termine della serata, quando Fabio e Paolo Zenato hanno versato nei calici il Lugana Riserva 2012, vino che esce ad almeno due anni dalla vendemmia, dopo una sosta ulteriore in bottiglia. Un Lugana quasi scolpito nella sua trama, evoluto eppure fresco nella beva agrumata, sostenuto da un bel finale salino.  Gioventù nell'anima, insomma, e perciò buono, anzi, buonissimo.

Il Soave e lo screwcap

Benedetto il tappo a vite!

All'anteprima di qualche giorno fa c'erano due Soave tappati con questa chiusura ch'erano proprio buoni.

Il primo era un 2015, il Soave doc U.P.  Sono le iniziali di Umberto Portinari, che lo produce a Brognoligo, in Val d'Alpone, mettendoci per l' 80% garganega proveniente dal vigneto Le Albare e per il restante 20% quella del vigneto il Ronchetto. Per la verità avevo scoperto la novità di questa etichetta qualche giorno prima, ad una manifestazione in provincia di Treviso. In quell'occasione, Umberto mi ha raccontato di come i figli Maria e Silvio avessero vinto le sue resistenze, convincendolo a produrre un Soave "Entry-Level" che fosse semplice ed immediato in tutti i sensi, compresa la chiusura.  Gli ho fatto i complimenti: questo Soave ha una freschezza invidiabile, garganega che parla, potremmo dire. C'è una piccola chiusura nei profumi all'inizio, ma lasciandolo un attimo nel bicchiere, ecco che arriva il frutto croccante e un bell'allungo, con il finale tipico e leggermente amarognolo della mandorla.

Il secondo è il Soave doc Danieli 2010 di Fattori che ci è stato servito durante l'interessante degustazione "Il Soave alla prova del tempo". Che fosse tappato con lo screwcap, lo si è saputo soltanto alla fine della degustazione: ha mostrato una tenuta invidiabile, profumi agrumati e di frutta gialla, finale lungo e quasi salato. Gioventù da vendere. Peccato fosse sotanto una prova sperimentale di Antonio Fattori, per testare questo tipo di chiusura rispetto alle altre.

C'è da chiedersi perchè i produttori del Soave non siano più coraggiosi e non ve ne siano molti di più, sul mercato, di Soave con lo screwcap; tanto più che il disciplinare permette questa chiusura a vite non soltanto per il Soave doc, ma anche per il Classico e il Superiore.

Tra i pochi che ricordo ci sono il Soave di Leonildo Pieropan, che usò già anni fa questo tipo di chiusura per il mercato americano, quando ancora non era permessa sul Soave Classico - e dovette perciò classificarlo a doc -  e il Soave doc Otto di Graziano Prà.

Se ve ne sono altri, si tratta di una scelta per i mercati esteri e iSoave con questa chiusura alternativa al sughero non arrivano sugli scaffali italiani. 

Lo ripeto, bravo Umberto Portinari:  spero che molti lo prendano ad esempio.

 

Soave Preview - Giovani assaggi

Alla Soave Preview oltre 60 Soave hanno fornito un panorama esauriente dell'annata 2015 -  in prevalenza vini di entrata di gamma - poichè tranne qualche eccezione, i cru escono più avanti.

Ne riparleremo con i riassaggi a partire da settembre.

Per ora, mi sono molto piaciuti questi "giovanotti" per finezza olfattiva, gustosità della beva, piacevolezza ed equilibrio complessivo.

Corte Adami Soave Cl. Cimalta - Elegante nei profumi sottili di fiori bianchi, gustoso e di grande carattere, col caratteristico finale di mandorla. Raffinato.
Balestri Valda Soave Cl. - Agrumato e fresco all'olfatto, ha una beva diretta, strutturata e sapida. Piacevolmente austero.
Le Battistelle Soave Cl. Montesei  - Intenso e fiorito, avvolge il palato con un sorso polposo con note d'agrume e frutta esotica, scia sapida e lunga. Succoso.
Le Mandolare Soave Cl.Corte Menini  - Lieve nota di vegetale fresco nell'attacco, poi fiori di acacia, polpa di pesca bianca con una bocca coerente e molto pulita. Leggiadro.
Gini Soave Cl.  - Profumi ancora un po' chiusi rimandano a un sorso ampio e agrumato di golosa sapidità, finale classico di mandorla. Materico.
Fattori Soave Cl. Runcaris  - Naso molto sfaccettato, giocato su leggere sfumature floreali e balsamiche a cui segue un sorso ben strutturato, molto pulito e sapido nel finale. Giocoso.
Suavia Soave Cl.  - Gran bella materia gusto-olfattiva che si avverte ancora "legata" dal recente imbottigliamento: sapiditá soprattutto, e poi erbe di campo, acacia in fiore, grafite. Complesso.

Fasoli Gino- Soave doc Borgoletto eleganza e finezza olfattiva accompagnano una beva equilibrata e molto fresca, dove spicca la frutta matura con piccole note piccanti che aumentano la piacevolezza gustativa. Solare.
La Cappuccina Soave doc - Intenso il bouquet di fiori e ricordi di erbe aromatiche e agrume. Beva di spessore, saporita e persistente. Deciso.
Vicentini Soave doc Terre Lunghe  - Fine e profondo nei profumi molto ampi di fiori di campo, susina gialla e erbette aromatiche. Tutto si ritrova nel sorso molto succoso e con un finale rinfrescante e balsamico. Mediterraneo.


Per finire, due cru freschi di bottiglia e che è quasi obbligatorio lasciare ancora in cantina:

Coffele Cà Visco-  Profumi di fiori e pesca bianca a cui si sovrappone un lieve accenno fumé  molto intrigante. Sorso morbido, dove il frutto ritorna polposo e maturo.   Bel finale intenso e saporito. Buono ora ma ancor più fra qualche anno, come ha dimostrato la degustazione dei Soave alla prova del Tempo (con un 2005!).  
I Stefanini Soave Superiore DOCG Cl. Monte di Fice -  prorompente l'olfatto di frutta matura e polposa che ti farebbe credere a un vino largo e muscolare. Invece spicca il volo sulla pista del palato con incedere ampio, ma ben verticale e sapido, lunghissimo.

Qui il post precedente sull'annata 2015